L’Ascolto del Minore

Il nuovo articolato introdotto con la Riforma Cartabia specifica con attenzione e attua una precisa regolamentazione dell’”Ascolto del Minore”, portando i professionisti che operano nell’ambito della separazione della famiglia a problematizzare in modo specifico le modalità in cui effettuarlo.

L’Ascolto dei Minori ha la finalità di poter capire ed accogliere quello che pensano e provano i figli. Significa dar loro voce: farli parlare consente di poterli ascoltare e comprendere le loro opinioni, il loro mondo, i loro valori, il loro modo di relazionarsi con gli altri, di vivere la realtà esperita con l’ingenuità, l’originalità, la creatività, l’humour e soprattutto la magnificenza che li contraddistingue, senza tuttavia caricarli della responsabilità delle scelte. Significa poter dar voce ai loro bisogni e ai loro desideri, e consentire loro di esprimere il loro punto di vista di bambini e adolescenti, diverso da quello degli adulti, motivo per cui va accolto e considerato.

Il legislatore ha voluto chiarire e stabilire un principio ineludibile: la persona minorenne coinvolta nei procedimenti giudiziari deve essere ascoltata, previa valutazione della capacità di discernimento, che corrisponde a quella di comprendere le proprie esigenze e di esprimere una decisione consapevole, nello specifico di operare scelte adeguate per il loro soddisfacimento.

Ma come e da chi viene effettuato l’Ascolto?

L’ascolto può essere diretto se viene effettuato direttamente dal giudice ovvero indiretto, ogniqualvolta venga realizzato per il tramite di un CTU, di un neuropsichiatra o di uno psicologo appartenenti al servizio pubblico individuato dai servizi sociali o bei servizi di NPI delle ASL.

E in Mediazione si ascoltano i figli?

Una delle questioni più dibattute in mediazione riguarda la presenza o meno dei figli nella stanza di mediazione, con o senza i genitori. Alcuni mediatori lo ritengono inutile, se non dannoso, perché coinvolgerebbe ulteriormente i bambini nei problemi dei genitori; altri lo ritengono opportuno perché permetterebbe loro di intervenire attivamente sul processo di cambiamento delle relazioni familiari che la Mediazione si propone di sollecitare, con la comunicazione diretta delle loro opinioni, dei loro vissuti e dei loro bisogni.

Il rischio in questi casi può consistere nel fatto che le opinioni dei figli vengano strumentalizzate all’interno del conflitto e che l’ascolto dei minori si trasformi in un ulteriore momento di violenza e sopraffazione.

Personalmente ritengo più opportuno lavorare in Mediazione con i soli genitori, preferendo alla presenza fisica dei figli una loro evocazione simbolica, lavorando attraverso la narrazione e le rappresentazioni dei figli nei due genitori. Il rischio che si corre, infatti, è quello che i minori siano gravati di responsabilità che competono agli adulti, mentre forse un loro bisogno è quello di essere esonerati da un lavoro che può essere svolto con competenza e responsabilità dai loro genitori.

Tuttavia, è consigliabile non assumere tale posizione in modo rigido, ma anzi nelle singole situazioni essere flessibili ed aperti ai bisogni e alle richieste dei figli, specialmente se hanno un’età adeguata, circa la possibilità di un’eventuale loro convocazione, previa un’idonea preparazione da parte dei genitori all’incontro finalizzato alla comunicazione finale ai figli sugli accordi raggiunti.

Lo scopo del loro coinvolgimento non deve essere quello di chiedere ai figli con quale genitore desiderano stare o un giudizio su di loro, quanto di consentire ai genitori di apprendere qualcosa di più sulla situazione emotiva dei minori, per fare emergere una competenza genitoriale rispetto ai bisogni e ai vissuti dei bambini, con l’idea di rinforzare il sottosistema genitoriale.

Negli anni dalla mia esperienza clinica è emerso come siano possibili alcune esperienze di incontro tra genitori e figli nel luogo della mediazione, così come incontri individuali con figli adolescenti o maggiorenni.

Le motivazioni (esplicite o implicite) che hanno portato genitori e figli a presentare tale richiesta di incontro dei figli sono incentrate sull’argomento della comprensione del “disagio del figlio”, della ricerca di un’alleanza, sulla necessità di sapere cosa pensano i figli delle decisioni che li riguardano.